Archeologia Arborea

Mela Muso di Bue e Mela Rosa in Pietra. Pera Marzola, Pera Ghiacciola e Pera Verdacchia. Fico Permaloso, Ciliegia Bella d’Arezzo e Susina Scosciamonaca. Basta sentire i nomi di questi frutti per mettermi di buonumore. Se poi a raccontarli è Isabella Dalla Ragione, con la cadenza umbra di Città di Castello, sono ancora più felice. Perché lei li ha visti crescere, conosce tutte le piante da cui provengono, e se possiamo ancora ammirarli è proprio grazie al lavoro che intraprese col babbo Livio trent’anni fa.

Già negli anni ’70 Livio, con rara sensibilità, aveva intuito che il mondo contadino in cui era cresciuto stava per essere rapidamente dimenticato e cancellato, con la perdita non solo di beni materiali, ma anche di tecniche agricole raffinate e di antichi saperi. Si mise così a girare per le campagne umbre, in cerca di vanghe, aratri, gioghi per buoi, insomma di tutto ciò che faceva parte del mondo agricolo, e allestendo così a Città di Castello il Museo delle tradizioni popolari dell’Umbria. Naturale è stata quindi l’attenzione rivolta alle varietà di frutta non più premiate dal mercato che andavano lentamente sparendo dalle campagne. Fondamentale in questa ricerca è stato l’apporto della figlia Isabella, allora fresca di laurea in Scienze Agrarie, e determinata a portare avanti il lavoro del padre. Isabella l’ho conosciuta al suo (e mio) primo giorno d’università, proprio a lezione di Botanica. Da allora siamo rimasti amici, e so che se fa una cosa, la fa con ingegno e passione. In questi anni ho seguito da lontano il suo impegno con la Fondazione Archeologia Arborea, sempre convinto della bontà del progetto, fino a che m’è venuta voglia di vedere da vicino il suo lavoro. Speravo anche di farmi dare qualche dritta sulle potature, visto che la forma delle mie piante ricorda il Picasso più sperimentale. Ma non ci sono riuscito, perché nel frutteto Isabella vive in un mondo tutto suo, dimentica chi ha intorno, e comincia a parlarle direttamente con le piante, con un dialogo fitto fitto, mentre con pochi colpi decisi ne dimezza la chioma. Vederla all’opera è un piacere, ha gesti improvvisi e lunghe pause di riflessione, mentre scruta attenta i rami.

Dire che l’opera della Fondazione Archeologia Arborea sia meritoria è troppo poco. È un lavoro eccezionale, che garantisce la sopravvivenza di un enorme patrimonio genetico, e allo stesso tempo dà nuova vita a un giacimento di valori culturali ricco di centinaia di anni. Date un occhio al sito e, se potete, andate a fare due passi nel frutteto, dove potrete anche acquistare queste incredibili piante.  Farete una bella gita, e nelle prossime cene potrete offrire ai vostri amici una pera del 1500.

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